Proteggere i neonati dal virus respiratorio sinciziale non dipende solo dallo strumento scelto, ma anche dal momento in cui la prevenzione viene avviata.
Quando il vaccino materno RSVpreF viene somministrato almeno 8 settimane prima del parto, si ottiene un risultato migliore rispetto a un intervallo tra somministrazione e parto inferiore.
È quanto sostengono gli autori dell’articolo “Effectiveness of nirsevimab immunisation after birth versus RSVpreF maternal vaccination in preventing RSV-related hospitalisations in infants: a population-based retrospective cohort study”, pubblicato online su The Lancet Child & Adolescent Health il 7 maggio scorso. Lo studio, condotto su dati real-world francesi, ha confrontato le due principali strategie oggi disponibili per prevenire le forme gravi di VRS nei neonati: l’immunizzazione con anticorpo monoclonale dopo la nascita e la vaccinazione materna durante la gravidanza.
Due strategie, un obiettivo: proteggere i primi mesi di vita
Il virus respiratorio sinciziale è una delle principali cause di infezioni respiratorie nei bambini piccoli. Nei primi mesi di vita può manifestarsi con quadri anche rilevanti, fino alla bronchiolite e ad altre affezioni delle basse vie respiratorie che possono richiedere il ricovero.
Negli ultimi anni, la prevenzione del VRS nel neonato ha visto l’arrivo di due approcci differenti ma complementari nel loro obiettivo. Da una parte c’è nirsevimab, anticorpo monoclonale a lunga durata somministrato direttamente al bambino dopo la nascita. Dall’altra c’è RSVpreF, vaccino somministrato alla donna in gravidanza per favorire il trasferimento di anticorpi al feto e offrire protezione al neonato fin dai primissimi momenti di vita.
Cosa ha osservato lo studio francese
Lo studio ha incluso oltre 164 mila bambini nati nella Francia metropolitana tra settembre 2024 e febbraio 2025. Dopo appaiamento, gli autori hanno confrontato 42.098 bambini immunizzati con nirsevimab alla nascita e 42.098 bambini nati da madri vaccinate con RSVpreF durante la gravidanza. Nel follow-up a 6 mesi si sono verificate 753 ospedalizzazioni per infezioni delle basse vie respiratorie correlate al VRS: 350 nel gruppo nirsevimab e 403 nel gruppo RSVpreF.
Nell’analisi principale, nirsevimab è risultato associato a una riduzione del 22% delle odds di ospedalizzazione da VRS rispetto alla vaccinazione materna. Questo dato conferma la forza protettiva dell’immunizzazione neonatale, ma non esaurisce il messaggio dello studio. Il punto più interessante riguarda infatti il tempo trascorso tra vaccinazione materna e parto.
La soglia delle 8 settimane
La differenza tra l’effectiveness delle due misure preventive si annullava quando l’intervallo tra la vaccinazione e il parto era maggioro o uguale a 8 settimane. In altre parole, nello studio francese, quando la vaccinazione materna aveva avuto abbastanza tempo prima del parto, la protezione osservata risultava ottimizzata e comparabile a quella ottenuta con nirsevimab alla nascita.
Perché anticipare può essere utile
Questo risultato aiuta a spiegare perché il timing della vaccinazione in gravidanza non sia un dettaglio organizzativo, ma una variabile potenzialmente rilevante per l’efficacia della prevenzione.
Vaccinare più precocemente, per esempio tra 28+0 e 31+6 settimane di gestazione, rende più probabile raggiungere un intervallo di almeno 8 settimane prima del parto. Gli autori osservano infatti che, quando RSVpreF era stato somministrato in questa finestra più precoce, nirsevimab non offriva una riduzione significativa aggiuntiva delle ospedalizzazioni rispetto alla vaccinazione materna.
Il razionale è coerente con la logica dell’immunizzazione materna: serve tempo perché la madre sviluppi anticorpi e perché questi vengano trasferiti al feto attraverso la placenta. Più adeguato è l’intervallo tra vaccinazione e nascita, maggiore può essere la possibilità che il neonato arrivi al parto già protetto.
Protezione fin dal primo respiro
Uno degli aspetti più rilevanti dell’immunizzazione materna è proprio la possibilità di offrire protezione fin dalla nascita. Il neonato, nei primi giorni e nelle prime settimane di vita, entra in contatto con l’ambiente esterno in una fase in cui il sistema immunitario è ancora immaturo e la vulnerabilità alle infezioni respiratorie può essere elevata.
In questo senso, anticipare la vaccinazione materna all’interno della finestra prevista può rappresentare una strategia per ottimizzare la prevenzione della bronchiolite e delle altre forme gravi di infezione da VRS nei primi mesi di vita. Non si tratta solo di somministrare un vaccino, ma di farlo nel momento più utile per consentire il massimo trasferimento di protezione al bambino.
Una lettura prudente, ma importante per la sanità pubblica
Il risultato va interpretato con cautela. Lo studio è osservazionale, condotto in una singola stagione epidemica e in un contesto nazionale specifico. Inoltre, le analisi sul timing della vaccinazione materna sono analisi secondarie ed esplorative. Gli autori stessi sottolineano che questi dati possono orientare future decisioni di sanità pubblica, ma non vanno letti come una dimostrazione definitiva di equivalenza tra le due strategie in ogni scenario.
Nirsevimab conferma una protezione molto solida; RSVpreF, quando somministrato con adeguato anticipo rispetto al parto, mostra nello studio una protezione non statisticamente diversa da quella di nirsevimab alla nascita. Il messaggio per l’organizzazione dei percorsi nascita è chiaro: il tempo conta.
Per prevenire la bronchiolite da VRS nei neonati, intercettare precocemente le donne in gravidanza, informarle in modo chiaro e integrare la prevenzione nei controlli prenatali può fare la differenza. La protezione del bambino comincia prima della nascita, ma perché sia davvero ottimizzata deve arrivare al momento giusto.
Irene Cetin, Ordinario Università di Milano: “Il fattore tempo è molto importante”
“Il messaggio dello studio è chiaro – commenta la Prof.sa Irene Cetin, Ordinario di Ginecologia e Ostetrica e Direttore di Struttura complessa del Policlinico di Milano: “La vaccinazione materna contro il VRS raggiunge la massima efficacia quando c’è un intervallo adeguato tra somministrazione e parto, e questo studio suggerisce che le otto settimane possano rappresentare una soglia importante. Bisogna però evitare di interpretare il dato in modo rigido: non significa che il vaccino non sia efficace se l’intervallo è più breve. Anche dopo quattro settimane l’efficacia c’è, come già emerso in molti altri studi studi; la novità di questa analisi è proprio l’aver valutato l’effetto a una distanza più lunga, pari ad almeno otto settimane”.
“In quest’ottica – aggiunge ancora – anticipare la vaccinazione può essere utile. La somministrazione intorno alla 32ª settimana può rappresentare una scelta ideale, ma il vaccino è stato studiato in una finestra più ampia, tra la 24ª e la 36ª settimana di gestazione: quindi anche una somministrazione più precoce, per esempio alla 28ª settimana, rientra pienamente in un timing appropriato. Peraltro la sicurezza della vaccinazione in gravidanza è ormai sostenuta da numerosi studi”.
Un aspetto importante dell’immunizzazione materna è che consente al neonato di avere anticorpi già alla nascita. “Il monoclonale – sottolinea quindi Irene Cetin – può essere somministrato subito dopo il parto, ma richiede comunque alcuni giorni prima di diventare pienamente attivo. La vaccinazione materna, invece, sfrutta un meccanismo fisiologico: il passaggio transplacentare degli anticorpi dalla mamma al bambino. Ma, ripeto, considerando che nel nostro Paese la situazione è ancora molto variabile da Regione a Regione, le due strategie non devono essere viste necessariamente come alternative o in competizione, ma come strumenti complementari, da integrare in base al periodo di nascita, alla stagione epidemica, alle scelte della donna e alla valutazione dei professionisti che la seguono. L’obiettivo resta uno: proteggere il neonato nel modo più tempestivo ed efficace possibile”.
(DOI: 10.1016/S2352-4642(26)00075-1 )
